
3) L'Idea di Bene.
Platone afferma la necessit di cogliere con il ragionamento
l'Idea di Bene, perch essa sta a fondamento della visione
intellettuale della realt, cos come il Sole sta a fondamento
della visione degli enti sensibili. Importante il breve riassunto
della dottrina delle Idee (507 b-c). Socrate parla in prima
persona; i suoi interlocutori sono Adimanto e Glaucone, fratelli
di Platone.
Repubblica, 504 e-508 e (vedi manuale pagina 90).
1   [504 e] Non  ridicolo fare di tutto perch cose da poco siano
le pi esatte e pure possibile, e giudicare le maggiori indegne
della maggiore esattezza? - Certamente, disse [il concetto 
degno]. Ma veniamo a quella che tu dici la massima disciplina e al
suo oggetto. Credi che ti si potr lasciar andare, continu, senza
chiederti che cosa ? - No certamente, feci io, ma chiedilo pure.
Comunque ne hai sentito parlare non di rado: adesso o non ci
rifletti oppure mediti di crearmi delle [505 a] noie con le tue
obiezioni. E inclino piuttosto a questa seconda supposizione,
poich hai sentito dire spesso che oggetto della massima
disciplina  l'idea del bene;  da essa che le cose giuste e le
altre traggono la loro utilit e il loro vantaggio. E pressappoco
tu sai ora che voglio dire questo, e inoltre che di essa non
abbiamo una conoscenza adeguata; ma se non ne abbiamo conoscenza,
anche ammesso che conoscessimo perfettissimamente tutto il resto
senza di questa, vedi bene che non ne ritrarremmo alcun
giovamento, come non lo ritrarremmo se possedessimo una cosa senza
il bene. [b] Credi che ci sia vantaggio a possedere una qualunque
cosa, se non  buona? o a intendere tutto ad eccezione del bene,
senza intendere per nulla il bello e il bene? - Per Zeus!,
rispose, io no.
2   D'altra parte tu sai anche che per i pi il bene  piacere, ma
per i pi raffinati  intelligenza. - Come no? - E che, mio caro,
coloro che pensano cos, non possono spiegare che cosa sia
l'intelligenza, ma sono costretti infine a dichiarare che  quella
del bene. - Ed  molto ridicolo!, rispose. - Come non pu esserlo,
feci [c] io, se, mentre ci rimproverano di non conoscere il bene,
ce ne parlano come se lo conoscessimo? Dichiarano che 
intelligenza del bene, come se noi comprendessimo ci che
intendono dire quando pronunciano il nome del bene. - Verissimo,
rispose. - E coloro che definiscono bene il piacere? Forse che
sbagliano meno degli altri? Non sono costretti anche loro a
riconoscere che esistono piaceri cattivi? - Sicuro. - Si trovano
dunque a riconoscere, credo, che le identiche cose sono buone e
cattive. Non  [d] vero? - Indubbiamente. - E qui non sorgono
evidentemente grandi e numerose dispute? - E come no? - Ancora:
non  pure evidente che, trattandosi di cose giuste e belle che
sono soltanto apparenza senza essere effettivamente tali, molti
tuttavia sceglierebbero di farle, di possederle e di far credere
di possederle? mentre, se si tratta di beni, nessuno si contenta
pi di ottenere i beni apparenti, ma cerca quelli effettivi? e
che, in questo mbito, ognuno non esita a sprezzare l'apparenza? -
Certo, rispose. - Ora, l'oggetto che ogni anima persegue e che
pone come mta di tutte le sue azioni, indovinandone [e]
l'importanza, ma sempre incerta e incapace di coglierne pienamente
l'essenza e di averne una salda fede come ha negli altri oggetti,
onde perde anche l'eventuale vantaggio [506 a] di questi, dobbiamo
dire che un tale oggetto, tanto importante, deve rimanere
ugualmente ignorato anche da quelle eminenti personalit dello
stato alle quali rimetteremo ogni cosa? - No, affatto, rispose. -
Credo per, continuai, che per le cose giuste e belle, se si
ignora in che relazione siano con il bene, sarebbe un guardiano
ben scarso chi ignorasse tale relazione. E profetizzo che prima di
conoscere questa relazione nessuno le conoscer bene. - Giusta
profezia, rispose. - Godr dunque [b] di un ordine perfetto la
nostra costituzione, se le sovrintende un simile guardiano, che
abbia queste conoscenze?.
3   Per forza, rispose. Ma tu ora, Socrate, dici che il bene sia
scienza o piacere o qualcosa di diverso? - Oh!, caro il mio uomo,
replicai, lo sapevo bene, ed era palese da tempo che non ti
avrebbe soddisfatto l'opinione degli altri a questo proposito. -
Non mi sembra giusto, Socrate, disse, che uno che da tanto tempo
si occupa di questi argomenti sappia riportare le opinioni altrui
e la [c] propria no. - E ti sembra giusto, feci io, che uno parli
delle cose che non sa come se le sapesse? - Come se le sapesse,
rispose, no, affatto. E' giusto per voler parlare da uomo
veramente convinto della sua opinione. - E non ti sei accorto,
continuai, che le opinioni non accompagnate dalla scienza sono
tutte brutte? Di esse le migliori sono cieche. Ti sembra che
coloro che hanno una vera opinione su qualcosa, ma sono sprovvisti
di intelletto, presentino qualche differenza da ciechi che
camminano dritto per una strada? - Nessuna differenza, rispose.
Vuoi dunque contemplare cose brutte, cieche e storte, quando ti 
possibile sentirne da altri di splendide e belle? - No, per Zeus!,
Socrate, fece Glaucone, non ritirarti come se fossi alla fine. Noi
ci sentiremo soddisfatti se tratterai del bene allo stesso modo
con cui hai trattato della giustizia, della temperanza e delle
altre virt. - Anch'io, risposi, mio caro amico, ne sar molto
soddisfatto, ma temo che non ci riuscir e che, pur mettendocela
tutta, far una brutta figura e mi esporr allo scherno. Su,
benedetti [e] amici, lasciamo stare per il momento che cosa sia
mai il bene in s: mi sembra una cosa troppo alta perch possiamo
raggiungere ora, con lo slancio presente, il concetto che ne ho
io. Invece voglio dire, se ne siete contenti pure voi, quello che
sembra la prole del bene, cui molto somiglia. Se per non ne siete
contenti, lasciamolo perdere. - Su, dillo!, fece. Pagherai il tuo
debito un'altra volta, [507 a] spiegandoci che cosa  il padre. -
Vorrei poter pagarvelo, risposi, e che voi poteste riscuoterlo
tutto, anzich, come adesso, i soli frutti. Prendetevi dunque
questo frutto e la prole del bene in s. State per attenti che,
senza volere, in qualche modo non vi imbrogli, rendendovi
falsificato il computo del frutto. - Staremo attenti, rispose,
come potremo. Ma tu limitati a parlare. - Lo far, dissi, soltanto
quando mi sar messo d'accordo con voi e vi avr fatto ricordare
quello che s' detto prima e quello che gi s' detto pi volte in
altre occasioni. - Che cosa?, [b] chiese. - Noi affermiamo che ci
sono molte cose belle, e belle le definiamo col nostro discorso; e
diciamo che ci sono molte cose buone e cos via. - Lo affermiamo.
- E poi anche che esistono il bello in s e il bene in s; e cos
tutte le cose che allora consideravamo molte, ora invece le
consideriamo ciascuna in rapporto a una idea, che diciamo una, e
ciascuna chiamiamo ci che . - E' cos. - E diciamo che quelle
molte cose si vedono, ma non si colgono con l'intelletto, e che le
idee invece si colgono con l'intelletto, ma non si vedono. - Senza
[c] dubbio. - Ora, qual  in noi l'organo che ci fa vedere le cose
visibili? - La vista, rispose. - E, continuai, non  l'udito che
ci fa udire le cose udibili? e non sono gli altri sensi a farci
sentire tutte le cose sensibili? - Sicuramente. - Ora, hai
riflettuto, feci io, quanto maggiore pregio l'artefice dei sensi
abbia voluto conferire a quello di vedere e di essere visti? - No
proprio, rispose. - Ma esamina la cosa in questo modo. L'udito e
la voce richiedono il concorso di un elemento diverso, il primo
per udire, la seconda per essere udita? - E se questo [d] terzo
elemento non  presente, forse che l'uno non udr e l'altra non
sar udita? - Non richiedono il concorso di nulla, rispose. - E,
credo, feci io, nemmeno molte altre facolt, per non dire nessuna,
richiedono alcunch di simile. O ne puoi citare qualcuna? - Io no,
rispose. - Ma non pensi che lo richiede la facolt della vista e
del visibile? - Come? - Ammettiamo che negli occhi abbia sede la
vista e che chi la possiede cominci a servirsene, e che in essi si
trovi il colore. Ma se non  presente un terzo elemento, che la
natura riserva proprio a questo [e] cmpito, tu ti rendi conto che
la vista non vedr nulla e che i colori resteranno invisibili. -
Qual  questo elemento di cui parli? - Quello, risposi, che tu
chiami luce. - Dici la verit, ammise. - Di una specie non
insignificante sono dunque il senso della vista e la facolt [508
a] di essere veduti, se sono stati congiunti con un legame pi
prezioso di quello che tiene insieme le altre combinazioni, a meno
che non sia cosa spregevole la luce. - Spregevole?, disse.
Tutt'altro!.
4   - A quale dunque tra gli di del cielo puoi attribuire questo
potere? un dio la cui luce permette alla nostra vista di vedere
nel miglior modo e alle cose visibili di farsi vedere? - Quello,
rispose, che tu e gli altri riconoscete:  chiaro che la tua
domanda si riferisce al sole. - Ora, il rapporto tra la vista e
questo dio non  per natura cos? - Come? - La vista, n come
facolt in se stessa n come organo in cui ha sede e che chiamiamo
[b] occhio, non  il sole. - No, certamente, - Eppure, a mio
parere, tra gli organi dei sensi  quello che pi ricorda
nell'aspetto il sole. - S, certo. - E la facolt di cui dispone
non l'ha perch dispensata dal sole, come un fluido che filtra in
essa? - Senza dubbio. - E non  vero anche che il sole non  la
vista, ma, essendone causa,  da essa stessa veduto? - E' cos,
ammise. - Puoi dir dunque, feci io, che io chiamo il sole prole
[c] del bene, generato dal bene a propria immagine. Ci che nel
mondo intelligibile il bene  rispetto all'intelletto e agli
oggetti intelligibili, nel mondo visibile  il sole rispetto alla
vista e agli oggetti visibili. - Come?, fece, ripetimelo. - Non
sai, ripresi, che gli occhi, quando uno non li volge pi agli
oggetti rischiarati nei loro colori dalla luce diurna, ma a quelli
rischiarati dai lumi notturni, si offuscano e sembrano quasi
ciechi, come se non fosse nitida in loro la vista? - Certamente,
rispose. - Ma [d] quando, credo, uno li volge agli oggetti
illuminati dal sole, vedono distintamente e la vista, che ha sede
in questi occhi medesimi, appare nitida. - Sicuro! - Allo stesso
modo considera anche il caso dell'anima, cos come ti dico. Quando
essa si fissa saldamente su ci che  illuminato dalla verit e
dall'essere, ecco che lo coglie e lo conosce, ed  evidente la sua
intelligenza; quando invece si fissa su ci che  misto di tenebra
e che nasce e perisce, allora essa non ha che opinioni e
s'offusca, rivolta in s e in gi, mutandole, le sue opinioni e
rassomiglia a persona senza intelletto. - Le somiglia proprio. -
Ora, [e] questo elemento che agli oggetti conosciuti conferisce la
verit e a chi conosce d la facolt di conoscere, di' pure che 
l'idea del bene; e devi pensarla causa della scienza e della
verit, in quanto conosciute.
 (Platone, Opere, volume secondo, Laterza, Bari, 1967, pagine 329-
334).

